Democrazia e Istituzioni

Il rigore sulle regole non può far gridare al «complotto»

Il pasticcio delle liste specchio di un Pdl confuso

 Sergio Soave

 Le decisioni degli organismi giurisdizionali competenti hanno sancito, per ora, che nelle due regioni più popolose – Lombardia e Lazio – i "listini" capitanati dai candidati alla presidenza non possono essere ammessi al voto. Nel Lazio, allo stato delle cose, è fuori anche la lista del Popolo della libertà nella importantissima circoscrizione che corrisponde alla provincia di Roma. Può darsi che l’esame degli uffici sia stato particolarmente minuzioso e addirittura pignolo, ma dovrebbe essere chiaro che anche le formalità debbono essere rispettate, specialmente da chi non può attendersi nessuna tolleranza compiacente da un ordine giudiziario, col quale – a torto o a ragione – è notoriamente in conflitto.

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Lazzati: in politica agire laicamente da cristiani

di Lino Tosetti

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da Jesus 4 Aprile 2010

Finzione teatrale, tra letteratura e cronaca

Prof. Francesco Paolo Casavola
Presidente emerito della Corte Costituzionale
Editoriale pubblicato ne "Il Messagero" del 17 Agosto 2010

 

Sembra di assistere ad una finzione teatrale o cinematografica, con uno sceneggiatore che ha messo insieme pezzi di letteratura e di cronaca sulle tecniche del colpo di Stato. Abbiamo ascoltato nella realtà per mesi accuse contro i pubblici ministeri ed altri organi giudiziari di essere comunisti o comunque di sinistra. I giudici costituzionali sono in prevalenza di sinistra perché nominati da ben tre Presidenti della Repubblica di sinistra. L’attuale Presidente della Repubblica è sospettato di agire nei limiti dei suoi poteri costituzionali anziché di obbedire ed eseguire i piani della maggioranza, osando sindacare, dei disegni di legge del governo, finanche gli aggettivi. Adesso, se alla maggioranza piacesse di andare ad elezioni, si intima al Capo dello Stato di non ostacolarla, perché un governo cosiddetto tecnico violerebbe il diritto del popolo ad esprimere nelle urne elettorali un rinnovato e moltiplicato consenso al governo attuale. Ed intanto si minaccia di riempire le piazze con milioni di italiani tumultuanti, evidentemente con il fine di costringere, impaurendolo, il Capo dello Stato a sciogliere la legislatura e dar modo alla maggioranza di risolvere i suoi problemi con il solito appello al popolo. Povera Italia! Sempre tra una marcia su Roma o una calata di barbari. E ci avevano detto che il bipolarismo serviva a garantire la democrazia dell’alternanza. Ed invece sembra debba servire la perpetua dittatura di una maggioranza. Ad un onorevole è stato dato il compito di portare il guanto di sfida e di pronunciare il detto storico: «la Costituzione la puoi tradire non rispettandola, oppure fingendo di rispettarla». Ovviamente il traditore, se fosse un cavaliere medievale risponderebbe con un duello. Essendo il Presidente della Repubblica, egli non ha potuto far altro che contro sfidare il portatore di un tal cartello, citando la procedura dell’articolo 90 della Costituzione per la messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione.


L’allarme, l’indignazione, il disgusto da cui sono ogni giorno di più afflitti gli italiani non debbono tuttavia precludere le risorse della ragione. Che impongono un impegno capillare e diffuso, da amico ad amico, da cittadino a concittadino, di persuasione con argomenti da Socrate redivivo, per abbandonare le strade della menzogna e della violenza.


Nella storia d’Italia le destre avrebbero dovuto salvaguardare i valori della civiltà liberale ed invece sono sempre scivolate al polo opposto. Quale mai difesa liberale della Costituzione è quella che liquida lo Stato di diritto, costruendo un corpo unico di governo e Parlamento maggioritario, e pretendendo soggezione di potere giudiziario e di organi di garanzia? Con una simile aberrante lettura della Costituzione, si accusa l’unico interprete sinora rigorosamente fedele della lettera e dello spirito della Costituzione, di esserne il traditore. Molti anni fa, quando si dava inizio al ciclo politico attuale, un collega universitario tra i maggiori e autorevoli costituzionalisti tedeschi mi disse: «attenti, italiani, a non imboccare la strada della Repubblica di Weimar!». Voglio illudermi che non siamo a tanto. Nel 1933, le vicissitudini dei regimi nazionali erano abbandonate a se stesse. Oggi c’è l’Unione Europea. E chi azzarda il marasma della nostra vita politica scatenerà in più il collasso economico. Ma ci sono tanti patrioti e galantuomini che sanno, da una parte e dall’altra, qual è, oggi, il loro dovere.

La politica degli stracci

Anticipiamo il "Primopiano" del n. 34 di Famiglia Cristiana, in edicola dal 18 agosto. L'Italia affonda nella melma dei dossier e dei veleni, tra risse e regolamenti di conti

17/08/2010

L’immagine che più si addice alla politica di questa torbida estate è il proverbiale campo di Agramante di ariostesca memoria, dove regna una discordia confusionaria e suicida, mentre il nemico (lo spettro della crisi) è alle porte. Dossier, minacce e ricatti velenosi volano come stracci, in un’Italia ridotta alle pezze. E con avversari da polverizzare, con ogni mezzo, perché il potere assoluto non ammette dissenso: non fa prigionieri, solo terra bruciata contro chi canta fuori dal coro.

Veleni e schizzi di fango volano ovunque. Con politici lontani dai problemi delle famiglie, che stentano a vivere, ogni giorno alle prese con povertà e disoccupazione, soprattutto giovanile. Settembre riserverà un brusco risveglio. La ripresa è debole, soggetta alla pesante concorrenza dei nuovi mercati dell’Estremo Oriente. A scuola, anche quest’anno, la campanella suonerà a vuoto per decine di migliaia di docenti precari. In attesa, da anni, di una sistemazione.

Il Paese che si avvia a celebrare l’unità d’Italia è stufo di duelli, insulti e regolamenti di conti. Una politica responsabile, che miri al bene comune, richiederebbe oggi, da tutti, un passo indietro, prima che il Paese vada a pezzi, e un’intesa di unità nazionale (e solidale) che restituisca ai cittadini il diritto di eleggersi i propri rappresentanti. Non più comparse da soap opera, ma persone di provata competenza e rigore morale. Minacciare il ricorso alla piazza o tirare a campare con una “tregua armata” non sana le profonde ferite di questi giorni. Tantomeno ridà credibilità a una politica offuscata da ampie zone d’ombra. Il Paese è paralizzato. Sotto ricatto. Leggi e favori, come al “mercato delle vacche”, sono oggetto di baratto: federalismo in cambio di intercettazioni. I dossier vanno e vengono dai cassetti, con minacce di “bombe esplosive” (ma chi sa, perché non parla già ora?). Manca, come ha scritto il presidente del Censis Giuseppe De Rita, «una cultura politica della complessità e del suo governo». S’è perso di vista il bene prioritario del Paese, come ha ammonito il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, nell’omelia dell’Assunta.

Anche la questione morale è ormai arma di contesa. Dalla politica “ad personam” siamo al “contra personam”. Ma la giusta esigenza di chiarezza vale per tutti. Sia per chi ha la pagliuzza che per chi ha la trave nell’occhio. La clava mediatica (o il “metodo Boffo”) contro chi mette a nudo il re è un terribile boomerang, in un Paese che affoga in una melma di corruzione, scandali e affari illeciti.

Disfattista non è chi avverte il pericolo e fa appello al senso etico, ma chi è allergico al rispetto di regole e istituzioni. Nel campo di Agramante italiano si alzano polveroni, utili solo a fini propagandistici. Per soddisfare la voglia d’una contesa elettorale che sbaragli, per sempre, l’opposizione. Come in passato, urge anche oggi l’appello di don Sturzo “ai liberi e forti”. Prima che sia troppo tardi.